06/05/11

Alle origini della globalizzazione - Seconda parte

Continua dalla prima parte

3. Il boom dell'eurodollaro

Logo della Moscow Narodny Bank Ltd
Novembre 1956. I carri armati sovietici invadono l'Ungheria. La crisi internazionale che ne consegue mette a repentaglio le riserve in dollari che l'Unione Sovietica detiene presso le banche americane. Il 28 febbraio 1957 una parte di quelle riserve viene quindi trasferita presso la Moscow Narodny Bank Ltd., cugina londinese dell'omonima banca moscovita. L'istituto, pur essendo di fatto gestito dai russi, opera sotto la giurisdizione delle autorità britanniche, e questa circostanza fa sì che le riserve in dollari custodite presso di esso siano al sicuro da ogni rischio di congelamento. Nasce così il primo embrione di quello che, in seguito, sarà noto come mercato dell'eurodollaro.

Bisogna fare subito chiarezza rispetto ad un possibile fraintendimento: non c'è nessuna connessione, al di là delle mere circostanze storiche, fra il concetto di eurodollaro e l'Europa. In generale si definisce in termini di "eurodollari" una qualsiasi riserva denominata in dollari e depositata presso una banca che agisca al di fuori della giurisdizione statunitense, ossia al di fuori del controllo della Federal Reserve (la Banca Centrale americana). Gli eurodollari, in poche parole, sono valuta americana conservata e utilizzata al di fuori del paese in cui ha corso legale.

Se il primo seme fu gettato dai sovietici per il timore di un congelamento dei loro conti in dollari alla fine degli anni '50, il mercato dell'eurodollaro esplose solo nel decennio successivo, dopo che sempre più soggetti cominciarono a servirsi di banche europee – molte delle quali avevano sede nella City di Londra – per aprire conti in dollari. La ragione per cui conveniva gestire transazioni finanziarie in dollari attraverso queste banche è molto semplice: esse garantivano quel tipo di agevolazioni (tassazione più blanda, segreto bancario, maggiore libertà di movimento ecc.) che caratterizzano ogni paradiso offshore. Quei soldi resero di fatto finanziariamente autosufficiente (e più "conveniente") l'espansione del capitale americano in Europa: nel giro di pochi anni le grandi multinazionali e banche d'affari statunitensi divennero le principali protagoniste del mercato dell'eurodollaro.

Già all'inizio degli anni '60, tuttavia, questa situazione cominciava a pesare notevolmente sui conti USA. Come abbiamo visto nel precedente articolo, il sistema istituito nel 1944 a Bretton Woods aveva il suo perno nella convertibilità in oro del dollaro, secondo la proporzione di 35 dollari per oncia. Ma l'enorme quantità di valuta americana pompata nell'economia mondiale, in parte sottratta al controllo delle autorità monetarie americane attraverso i meccanismi dell'eurodollaro, superava ormai di gran lunga il valore delle riserve auree.

Rapporto fra dollaro
e riserve auree dal 1925 al 2005
Nel 1969, le passività nella bilancia dei pagamenti accumulate dagli Stati Uniti stavano crescendo in modo esponenziale. Se, ipoteticamente, tutti i soggetti titolari di depositi in dollari (dai privati agli enti governativi di tutto il mondo) si fossero rivolti alla Fed per far convertire in oro la valuta americana in loro possesso, non ci sarebbe stato abbastanza metallo prezioso per tutti. La stabilità del sistema di Bretton Woods, il cui pilastro fondamentale era proprio la convertibilità del dollaro in oro, era quindi fortemente a rischio.

Un tentativo di invertire la rotta fu fatto nel 1963 dall'amministrazione Kennedy, che cercò di introdurre maggiori restrizioni agli investimenti esteri, ossia una delle più importanti voci di passività nella bilancia commerciale USA. Il tentativo, tuttavia non andò a buon fine: si stava ormai profilando un conflitto latente fra gli interessi economici delle grandi imprese multinazionali (e del capitale privato) e gli obiettivi politici del governo americano; la possibilità di sottrarre di ingenti quantità di dollari alla giurisdizione delle autorità monetarie statunitensi attraverso il mercato degli eurodollari faceva pendere la bilancia a netto vantaggio dei primi.

La diga di Akosombo in Ghana.
Nel frattempo stava radicalmente mutando lo scenario internazionale. Le imprese europee, sostenute dai rispettivi governi, stavano conoscendo una rapida crescita, e cominciavano a loro volta ad investire all'estero alla ricerca di maggiori profitti. Questo fenomeno fu accelerato dai processi di decolonizzazione che, aprendo nuovi mercati in aree del pianeta fino ad allora ai margini del mondo capitalistico, stavano creando ulteriori possibilità di espansione per i profitti delle imprese occidentali. La concorrenza negli investimenti diretti esteri si faceva quindi sempre più spietata.

I margini di profitto si stavano inoltre sensibilmente abbassando a causa dell'aumento del costo delle materie prime (che culminò con lo shock petrolifero dei primi anni settanta) e della forza lavoro (il maggior potere contrattuale che derivava ai lavoratori dalla crescente adesione alle organizzazioni sindacali spingeva in alto i salari): l'investimento all'estero era l'unico modo per contrastare l'erosione dei profitti. Per il governo americano, quindi, regolamentare in modo più incisivo gli investimenti diretti esteri per contenere il disavanzo sarebbe stato come cercare di frenare un treno in corsa, lanciato a grande velocità e per nulla intenzionato a fermarsi.

4. Da uno shock all'altro

Richard Nixon
La soluzione a questa impasse fu la decisione, presa nel 1971 dall'amministrazione Nixon, di porre fine alla convertibilità del dollaro in oro: gli Stati Uniti uscivano dal sistema di Bretton Woods decretandone la fine. Due anni dopo quello che divenne noto come Nixon shock, anche il regime di tassi di cambio fissi fu abbandonato. Da allora in avanti sarebbe stato il mercato (ossia l'interazione fra domanda e offerta di valuta per intrattenere scambi commerciali) a determinare i prezzi ai quali le monete nazionali venivano scambiate fra di loro.

Con questa mossa, il governo statunitense stava scommettendo sull'ipotesi che il valore del dollaro sarebbe rimasto intatto, per il semplice fatto che la stragrande maggioranza delle transazioni internazionali venivano effettuate in dollari, e in dollari era la maggior parte delle riserve in valuta estera degli altri paesi; la domanda di valuta americana, quindi, non sarebbe mai venuta meno. Mentre qualunque altro paese, per sostenere il valore della valuta nazionale, avrebbe quindi dovuto limitare in modo drastico il disavanzo della bilancia dei pagamenti (ossia i suoi debiti verso l'estero), gli Stati Uniti erano pertanto esentati da questo obbligo, grazie all'insaziabile domanda di dollari sul mercato internazionale.

Queste circostanze consentirono al governo americano di pompare dollari nell'economia mondiale senza più preoccuparsi del rapporto con le riserve auree, e di sostenere in modo attivo l'espansione del capitale statunitense in un mondo sempre più concorrenziale. Tutto ciò avveniva nel quadro di politiche fiscali e monetarie ispirate alle teorie di Keynes, e non a caso Nixon potè affermare "oggi siamo tutti keynesiani". Sul lungo termine, però, la situazione non era sostenibile. Già a metà degli anni '70 il dollaro era pesantemente svalutato, e la condizione di stagflazione (ossia crescente inflazione unita ad alta disoccupazione) che affliggeva le economie dei paesi industrializzati minacciava nuovamente la tenuta del sistema: gli Stati Uniti stavano perdendo la scommessa.

Paul Volcker
Veniamo così al secondo, importante punto di svolta: nel 1979, sotto la presidenza del democratico Jimmy Carter, il nuovo presidente della Federal Reserve, Paul Volcker, prende la decisione drastica di alzare i tassi di interesse, che schizzarono poco al di sotto del 20%. Il tasso d'interesse è, di fatto, il "prezzo" del capitale preso a prestito per un investimento; aumentando i tassi d'interesse, quindi, si ottengono due risultati: (a) il maggiore costo del denaro frena l'espansione incontrollata di moneta, tenendo sotto controllo l'inflazione; (b) se i tassi d'interesse in un paese aumentano diventa più conveniente per chi possiede capitali trasferirli in quel paese e convertirli nella sua valuta.

Un aumento dei tassi d'interesse avvantaggia i creditori e danneggia i debitori. I primi, infatti, otterranno maggiori remunerazioni dai prestiti concessi, mentre i secondi saranno costretti a restituire interessi più elevati sui prestiti ottenuti. Un esempio chiaro di questa dinamica è rappresentato dal debito dei paesi del Terzo Mondo, che cominciò a diventare un problema proprio in conseguenza del "Volcker shock" (la maggior parte dei debiti contratti da questi paesi erano infatti in dollari).

L'aumento dei tassi d'interesse e le rigide politiche monetariste seguite dalla Fed durante la presidenza di Ronald Reagan negli anni '80 furono anzitutto il frutto delle pressioni della finanza privata, che a causa dell'inflazione e della svalutazione della valuta americana rischiava di vedere eroso il proprio capitale in dollari. La deregolamentazione avviata da Nixon con l'abolizione della convertibilità dollaro-oro e con la liberalizzazione dei tassi di cambio giungeva così al suo logico epilogo. La deregulation del mercato valutario e le politiche montetarie restrittive della Fed furono i volani che sospinsero la cosiddetta vendetta dei renditieri: dopo decenni di sofferenza, la grande finanza privata tornava alla ribalta, intenzionata a massimizzare quanto più possibile il rendimento dei suoi capitali.

La nuova ondata di finanziarizzazione dell'economia prendeva piede in un momento in cui, come abbiamo visto, anche gli anelli della catena produttiva si stavano sempre più disseminando sul pianeta, garantendo più solide basi al potere delle grandi imprese multinazionali, che potevano spostare la produzione dove la manodopera era più conveniente e la legislazione più permissiva. L'insieme di questi due fattori – l'arrembaggio del capitale privato e la crescente trasnazionalizzazione dei processi produttivi – costituisce il nucleo di ciò che oggi chiamiamo "globalizzazione". Come si è visto, tutto ciò si sviluppò come conseguenza di precise scelte di politica economica, in parte dettate dalle pressioni del capitale finanziario privato.

Se finora ci siamo soffermati principalmente sul primo aspetto (ossia sulla finanziarizzazione), va precisato che la bilancia dei pagamenti americana era pesantemente in rosso anche a causa della forte concorrenza in ambito produttivo e delle politiche protezionistiche messo in atto dai paesi concorrenti. I beni prodotti negli USA erano sempre meno competitivi sul mercato mondiale, e le esportazioni americane erano drasticamente calate. Come vedremo nell'ultimo articolo, inoltre, il GATT (General Agreement on Trade and Tariffs), ossia la cornice istituzionale all'interno della quale si svolgevano le trattative sul commercio internazionale, rappresentava uno strumento poco efficace per promuovere una più decisa apertura dei mercati di beni e servizi, che sola avrebbe potuto garantire maggiori profitti al grande capitale privato.

Questa circostanza, che costituiva un freno alle possibilità di espansione del capitale americano all'estero, sarà rimossa definitivamente alla fine degli anni '80 in seguito al cosiddetto Uruguay Round del GATT, con la creazione dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Se le pressioni cui era sottoposta la politica economica del governo americano erano già evidenti nel periodo di cui stiamo parlando, ci volle quindi del tempo perché il cambiamento giungesse a piena maturazione. Quello che è importante rilevare è però la strettissima connessione fra finanziarizzazione dell'economia e multinazionalizzazione delle imprese: la radice comune dei due fenomeni era la sempre minore redditività del modello di sviluppo industriale e produttivo promosso dagli USA nel dopoguerra, con la conseguente necessità, da parte del grande capitale privato, di trovare nuovi sbocchi attraverso investimenti esteri e delocalizzazioni.

Nel prossimo articolo, esamineremo in modo più dettagliato ciò che stava accadendo all'interno delle economie dei paesi industrializzati, nel tentativo di comprendere più a fondo le ragioni della stagflazione che colpì l'economia mondiale all'inizio degli anni '70.


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