17/11/11

Il secondo volto del mercato: scambio e rapporti di produzione

Continua dalla prima parte

Nel precedente articolo abbiamo dato una definizione del mercato visto come "pratica sociale". In quella accezione, il mercato può essere inteso come una forma di scambio volontario che mette in relazione due soggetti, un offerente e un potenziale acquirente, che si presume essere alla pari: attraverso la pratica della contrattazione, i due arrivano a definire un “giusto prezzo” per le merci scambiate. Abbiamo anche suggerito, però, come questa concezione “ideale” del mercato non rappresenti affatto la norma degli scambi in una società capitalistica, e come la speranza di superare le iniquità di una società di questo tipo attraverso la “liberazione” del mercato debba fare i conti con un insieme di vincoli storici, socio-economici, culturali e psicologici che la semplice pratica dello scambio volontario, paritario e “consapevole” non è in grado di sciogliere.

Se l'idea del mercato liberato sostenuta dai Left Libertarians non può svolgere un ruolo rivoluzionario, quindi, ciò è dovuto al fatto che le pratiche che essa suggerisce non vanno a toccare le colonne portanti della società capitalistica. Per comprendere la forza, la pervasività e la profondità dei vincoli che gravano sullo scambio inteso come pratica sociale, è sufficiente infatti considerare una circostanza a tutti piuttosto familiare: la spesa al supermercato. Se l'esempio può sembrare banale, aiuta forse a comprendere i motivi per cui l'insieme di interazioni sociali che cadono sotto l'idea di “libero mercato” implica dei precisi rapporti di forza che oppongono, come vedremo, due blocchi sociali ben distinti.

L'affermazione, dopo la Seconda Guerra Mondiale, di un modello socio-economico fortemente incentrato sui consumi è passata attraverso tre fattori: (a) la diffusione su larga scala delle innovazioni nella produzione massificata di merci, incarnate dal modello fordista; (b) politiche economiche nazionali finalizzate alla redistribuzione della ricchezza e all'investimento pubblico, secondo le indicazioni del modello keynesiano; (c) alcune importanti innovazioni sul terreno della grande distribuzione, che hanno completamente rivoluzionato sia le modalità di vendita, sia le abitudini di spesa e di consumo di milioni di persone.

Il terzo fattore è stato messo in evidenza dalla storica Victoria de Grazia nel volume “L'impero irresistibile”, che ricostruisce le origini storiche dell'affermazione della società dei consumi fra l'inizio del secolo e il Secondo Dopoguerra. Va precisato che la nascita della grande distribuzione organizzata e il modello consumistico non sono all'origine delle asimmetrie nelle relazioni di mercato; essi, infatti, rappresentano soltanto un caso particolare di queste asimmetrie, che possono essere riscontrate, oltre che nelle dinamiche del consumo, anche nelle relazioni commerciali fra stati (si prendano ad esempio le forme di “dipendenza” commerciale nei rapporti fra Primo e Terzo Mondo), così come nelle relazioni interne alla sfera produttiva (si pensi solo alle forme di conflittualità che sorgono in relazione al “mercato del lavoro”).

Questa precisazione è importante, perché serve a sottolineare come le condizioni socio-economiche globali su cui si innestano gli scambi di mercato superino di gran lunga la presunta dinamica di equilibrio fra domanda e offerta, intese come dati aggregati asettici, che costituisce invece uno dei cardini dell'ideologia neoliberale. Ma torniamo all'esempio della spesa al supermercato: anche solo in una condizione così quotidiana e apparentemente banale, ci si rende facilmente conto di come il consumatore che preleva merci da uno scaffale, le ripone in un carrello e al termine della spesa le consegna al cassiere che ne scansionerà il codice a barre, non abbia pressoché nessun potere sui prezzi che, al termine del processo, saranno impressi sullo scontrino, e per pagare i quali egli dovrà sacrificare una parte del suo potere d'acquisto.

È vero: nelle società democratiche a capitalismo avanzato esistono svariate organizzazioni che tutelano gli interessi dei consumatori. È vero anche che, con le loro preferenze e le loro abitudini di consumo, gli individui in parte orientano le strategie dei produttori, ossia di coloro che, nel processo economico, investono capitali nella produzione di certe tipologie di merci a scapito di altre. Ma è altrettanto facile constatare come il “potere” normalmente attribuito ai consumatori in molte difese ideologiche del modello capitalistico e consumistico sia, nella realtà dei fatti, ridottissimo. Come ha ben riassunto Wu Ming 1 in un suo intervento, il consumatore non è il primo anello della catena di produzione, ma l'ultimo anello della catena di distribuzione.

I termini sottolineati in grassetto nei due paragrafi precedenti forniscono la chiave per interpretare la dinamica sociale su cui si articola lo scambio di mercato in una società a capitalismo avanzato; in una società in cui, cioè, la logica del capitale è penetrata a tal punto nelle strutture sociali da rendere pressoché impossibile “sottrarsi” ad essa. Vale comunque la pena ribadire un'altra volta la precisazione fatta sopra: non è il capitalismo avanzato a creare questa dinamica, e ad originare le asimmetrie su cui essa si gioca; il capitalismo avanzato si limita solo a renderle più evidenti, quasi palpabili.

In questa dinamica sociale, il consumatore, come si è visto, dispone di un potere d'acquisto da destinare all'acquisizione di merci. Da dove deriva questo potere d'acquisto? Per una larga fetta della popolazione, esso deriva da un salario, ossia dalla remunerazione offerta in cambio di determinate prestazioni lavorative. Di norma, quindi, i nostri generici “consumatori” sono – oppure sono stati (pensionati) o, ancora, saranno (studenti) – dei lavoratori, che compaiono non solo al termine del processo distributivo, ma anche nel vivo del processo produttivo. Ora, questo “sdoppiamento” crea una tensione dialettica, una contraddizione nel processo di produzione e distribuzione considerato nella sua globalità: lo stesso individuo che, come lavoratore, punterà a massimizzare il proprio salario (ossia a vendere al prezzo più alto possibile la propria forza-lavoro), come consumatore punterà a minimizzare la spesa (ossia ad acquistare al prezzo più basso possibile le merci che desidera o di cui ha bisogno).

Nella misura in cui i costi sostenuti per i salari dei dipendenti entrano come voce negativa nel bilancio di una qualsiasi azienda, si può dire che essi si ripercuotono, come costi di produzione, sul prezzo fissato per la vendita delle merci prodotte. La necessità di ridurre i prezzi per incontrare le esigenze della domanda ha quindi, come ovvia conseguenza, la riduzione di questi costi di produzione. Ma – e qui veniamo al punto centrale – la proprietà privata dei mezzi di produzione (denaro, risorse, macchinari), e la conseguente possibilità di investire in innovazioni produttive, di spostare la produzione, di destinare i capitali ad altro impiego, di ridurre la manodopera impiegata, mettono il produttore di cui sopra in una posizione di netto vantaggio sul lavoratore-consumatore: scaricare il peso delle “esigenze del mercato” su quest'ultimo diventa per il capitalista la soluzione più ovvia per non dover sacrificare i propri profitti.

Nella corsa al ribasso dei prezzi di beni e servizi, che scaturisce dalla libera concorrenza e sembra rappresentare una vera e propria “vittoria del consumatore”, quest'ultimo si trova invece a recitare il ruolo dell'eterno sconfitto. Questo perché, nella maggioranza dei casi, egli trae il proprio potere d'acquisto dalla partecipazione al processo produttivo come lavoratore; e, in un modello socio-economico come quello capitalistico, in cui la proprietà dei mezzi di produzione – e l'enorme potere che ne deriva – è saldamente nelle mani di una classe dominante minoritaria, il lavoratore è proprio colui su cui grava maggiormente il peso delle oscillazioni del mercato, secondo il noto principio del socializzare le perdite, privatizzare i profitti.

L'insieme dei rapporti sociali sottesi al libero mercato, quindi, ha una chiara “nota dominante”: la contrapposizione di classe fra capitale e lavoro. Il cosiddetto “libero mercato” altro non è, insomma, se non l'espressione, al livello dei rapporti di scambio, di una società fondata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione; le relazioni fra “domanda” e “offerta” sono determinate dai rapporti sociali di forza che ne conseguono, e la portata di questi rapporti trascende di gran lunga la semplice dinamica dello scambio, innervando la società nel suo complesso, fino a trovare sostegno nelle attitudini culturali e nelle abitudini psicologiche dei singoli soggetti. Un intero apparato ideologico, come vedremo nel prossimo articolo, è stato inoltre eretto a difesa di un simile status quo. Per queste ragioni, le profonde iniquità generate dalle presunte “distorsioni” del libero mercato non possono essere in alcun modo risolte riportando lo scambio di mercato ad una sua pretesa “purezza”; nessuno scambio equo è infatti possibile senza rimettere in discussione il principio fondamentale della società capitalistica: la proprietà privata dei mezzi di produzione.


Continua...


Premessa e bibliografia

0 commenti:

Posta un commento